Skip to main content

Due tipi di lotta, una sola strategia rivoluzionaria


Arrigo Cervetto (gennaio 1973)
Pubblicato per la prima volta su Lotta Comunista, N° 44


"Senza rivoluzione violenta è impossibile sostituire lo Stato proletario allo Stato borghese ... La necessità d'inculcare sistematicamente alle masse questa idea... della rivoluzione violenta è alla base di tutta la dottrina di Marx e di Engels", afferma perentoriamente Lenin in "Stato e rivoluzione".

Senza possibilità di equivoci, le chiarissime parole di Lenin colpiscono come un pesante maglio ogni forma di opportunismo che osi chiamarsi marxista e leninista, mentre ne rigetta in blocco tutta la dottrina.

Lenin, come sempre, presenta la teoria marxista, che nelle mani dei sofisti intellettuali e degli eclettici opportunisti diventa una aggrovigliata spirale di astruserie, nella sua cristallina essenza: la base di tutta la teoria marxista è nell'inculcare alle masse l'idea della rivoluzione violenta.

In altre parole: tutta la scienza marxista si concretizza nell'agitazione sistematica per la rivoluzione violenta del proletariato. E' inutile aggiungere che proprio i termini impiegati da Lenin ("tutta" e "violenta") eliminano ogni possibilità di discussione in merito e rendono un grande servizio. O si è d'accordo con Lenin o si è contro il marxismo.

E' necessario, invece, un richiamo preciso e testuale a quei termini per sbarazzare, una volta per tutte, il cumulo di mistificazioni che da decenni si è andato formando sul rapporto riforme e rivoluzione.

Se per rivoluzione si intende quello che indica Lenin e se per riforme si intende la lotta per gli interessi immediati del proletariato occorre subito ribadire che non esiste alcun antagonismo tra questi due tipi di lotta. Anzi, la loro stretta unità rappresenta il pilastro della strategia rivoluzionaria leninista.

La questione è che per l'opportunismo le riforme sono ben altra cosa, che gli interessi immediati del proletariato. Ne sono la negazione. Sono il tentativo di superare le contraddizioni dell'imperialismo perfezionandolo, rendendolo più efficiente.

L'opportunismo si manifesta, come sempre, con l'azione per le riforme, cioè tenta di collegarsi ad un processo oggettivo qual'è quello che esprime gli interessi immediati del proletariato per utilizzarlo politicamente a fini che non sono quelli del soddisfacimento di questi interessi immediati stessi. Data l'unità inscindibile tra interessi immediati e interessi storici del proletariato, chi non lotta contemporaneamente per gli interessi immediati e per la rivoluzione violenta proletaria finisce inevitabilmente con l'agire contro la classe operaia, sia nell'immediato che nel futuro.

L'azione per le riforme portata avanti dall'opportunismo nell'attuale contingenza dimostra la giustezza e la validità della tesi leninista sulla indivisibilità della lotta di classe per gli interessi immediati e per la rivoluzione violenta.

Siccome l'opportunismo deve combattere anche sul fronte teorico la tesi marxista e leninista, sui due tipi di lotta di classe organicamente integrati nella strategia rivoluzionaria è costretto a spiegare la sua azione pratica con una serie di tesi teoriche antagonistiche a quelle marxiste. Spinto da una azione pratica che non corrisponde agli interessi immediati del proletariato, l'opportunismo è costretto ad elaborare tesi che, anche in campo teorico, non possono più collegarsi a tali interessi.

Il marxismo ci insegna che non è la teoria a guidare l'opportunismo, come qualsiasi altro fenomeno sociale, ma che è la pratica quotidiana a creargli la necessità di una teorizzazione riformista. Quindi non si può spiegare l'opportunismo con il fatto che esiste una teorizzazione riformista; viceversa, si deve spiegare la teorizzazione con il fatto concreto della pratica sociale opportunistica. Di conseguenza, l'originalità dell'opportunismo contemporaneo non risiede nelle sue teorie, ma nel rapporto particolare che si è andato determinando tra la sua pratica e le sue teorie.

Nell'attuale fase di sviluppo imperialistico che vede acuite le contraddizioni nella società capitalistica italiana, la pratica sociale dell'opportunismo è strettamente determinata da un movimento strutturale sempre più in squilibrio con le sue sovrastrutture. Questo squilibrio sempre più accentuato costringe l'opportunismo a mutare spesso le sue teorie.

Classico esempio di questo specifico carattere dell'opportunismo contemporaneo è il PCI. A voler raccogliere le tesi con cui di volta in volta ha cercato di giustificare, negli ultimi decenni, la sua azione politica per le riforme c'è da compilare una antologia umoristica, e mostruosa nello stesso tempo, nella quale possono essere passate in rassegna tutte le varietà e tutte le specie e sottospecie dell'opportunismo. La giustificazione teorica con la quale si portavano ieri le masse nell'azione per le riforme non è più valida oggi quando se ne presenta un'altra come frutto di ulteriore elaborazione; domani, magari, si ripresenterà quella di ieri presentandola come novità e così via.

Ma abbiamo già detto che l'azione opportunista non può essere spiegata con le sue teorie, così come quella della Chiesa con la teologia. Perciò non possiamo spiegare lo zig-zag teorico del PCI, ad esempio, con una presunta sua incoerenza teorica, perchè l'opportunismo non ha bisogno di una coerenza teorica in quanto una sua coerenza ce l'ha ed è la coerenza della pratica controrivoluzionaria.

Per spiegare i mutamenti teorici del PCI occorre, invece, analizzare, i movimenti reali nella struttura e nella lotta tra le classi e tra le frazioni della classe dominante, cioè i processi oggettivi sempre mutevoli, in generale, e mutevolissimi in questo momento, in modo particolare .

Se ha poco interesse e, soprattutto, poca utilità vedere la storia dell'opportunismo attraverso la storia delle sue teorizzazioni ha, invece, un interesse pratico e rivoluzionario vedere quali teorizzazioni l'opportunismo escogita nella sua attuale azione politica.

L'attuale teorico cavallo di battaglia del PCI è la tesi dell'intreccio inestricabile del profitto con la rendita. Il senso della tesi sostanzialmente sarebbe questo: siccome rendita e profitto sono talmente intrecciati da non poter essere separati, la lotta per le riforme è rivoluzionaria perchè colpendo la rendita colpisce anche il profitto, divenuto ormai una specie di fratello siamese, e viene così colpito il sistema nel suo complesso. Con questa trovata più furbesca che solida ed originale, come vedremo, si pensa di prendere più piccioni con una fava (e misera fava resta davvero!).

Intanto si pensa di dare il colpo al primo piccione: la distinzione tra le riforme della fase ascensiva della borghesia e le riforme della fase imperialistica, distinzione posta da Marx e sviluppata da Lenin. Le riforme sono rivoluzionarie quando la borghesia al potere deve vincere e liquidare i residui feudali, poichè eliminando questi viene assicurato lo sviluppo delle forze produttive e, quindi, del proletariato e della lotta di classe. La classe operaia, di conseguenza, deve, nella piena autonomia teorica-politica-organizzativa, appoggiare queste riforme perchè ciò rientra nella sua strategia rivoluzionaria. La fase imperialistica si caratterizza, invece, per uno sviluppo di forze produttive che prepara una più vasta ed immane distruzione delle forze produttive stesse nelle crisi, nei contrasti interimperialistici, nelle guerre localizzate e mondiali. Ogni riforma è rafforzamento del meccanismo imperialistico.

Il PCI nel 1944 giustificava la sua collaborazione di classe con la tesi che in Italia bisognava completare la rivoluzione borghese perchè vi era ancora il "residuo feudale" della rendita. Solo completando la rivoluzione borghese, diceva Togliatti, la classe operaia porta avanti la rivoluzione socialista. Oggi il PCI non può, ovviamente, ripetere la tesi della rendita "residuo feudale", tesi che non solo rigettava il giudizio di Lenin sulle riforme nella fase imperialistica ma, addirittura, ripudiava, la teoria di Marx sulla trasformazione della rendita feudale in rendita borghese. Perciò il PCI inventa una nuova caratteristica alla rendita.

Con ciò spera di papparsi un secondo piccione: la lotta operaia contro il profitto. La logica dei padri teorici del mostricciattolo rendita-profitto con una sola pancia (partorito, però, come Giove partorì Minerva) dovrebbe essere ineccepibile. Se profitto e rendita hanno una stessa pancia diamo legnate sulla rendita e faremo sputare anche il profitto! E se a dar legnate oltre agli operai ci sono altri, meglio ancora, la pancia si affloscia prima! E' un po' quello che deve avere pensato Di Giulio quando ha scritto, su Rinascita, che l'autunno 1972 è più forte dell'autunno 1969. Gli operai possono pensare che sono entrati più elementi in lotta, che la lotta si è estesa anche alle piccole fabbriche, il ghetto di milioni di salariati. No! L'autunno 1972 è più forte perchè ha "stabilito in modo ampio ed esplicito un collegamento tra lotte contrattuali ed azione per le riforme".

Gli operai possono pensare che, essendosi allargata alle riforme, la lotta contrattuale può essere accentuata. No!

Gli operai sbagliano ancora una volta: il successo contrattuale "non si raggiunge in una corsa all'esasperazione dello scontro", come ingenuamente potevano ritenere, ma con "il consolidamento delle alleanze, l'isolamento dell'avversario". Finalmente sono arrivati gli alleati a menar colpi sulla rendita e così non c'è bisogno di esasperare lo scontro col profitto, poichè "Rinascita" sa che basta colpire bene la rendita, per togliere respiro anche al profitto. Ma chi sono gli alleati che danno all'autunno 1972 un vantaggio su quello del 1969? Ce lo dice subito Di Giulio: insegnanti? statali e contadini, i quali ultimi sono, appunto, scesi in lotta a novembre. Prima che finisca l'inverno, può darsi che i teorici di "Rinascita" ci forniscano una loro elaborazione originale sulla totale inversione del ciclo produttivo nelle campagne italiane. Noi, in cambio, forniremo loro calcoli più dettagliati possibili sulle perdite subite dalla rendita sotto i colpi terribili dei burocrati e degli insegnanti.

Il fatto è che sotto questi colpi finisce anche con lo zoppicare la logica dei teorici del PCI. Difatti deve sempre più appoggiarsi sulle malconce stampelle della sociologia borghese per tentare di afferrare il terzo piccione con la solita fava: l'eliminazione della lotta delle frazioni borghesi per la ripartizione del plusvalore Infatti, se rendita e profitto fossero così intrecciati come dicono non ci sarebbe più una base oggettiva per la differenziazione delle frazioni borghesi e, al limite, non esisterebbero più le frazioni stesse. E' quello che vogliono far credere i teorici del PCI e come prova indicano i monopoli ed i monopolisti come persone. Che una società per azioni o un singolo azionista possano avere nel portafoglio quote di profitto e quote di rendita è cosa che Marx sapeva perfettamente perchè aveva sotto gli occhi innumerevoli esempi. Non per questo rinunciava a definire scientificamente i rispettivi e specifici ruoli della rendita e del profitto nel processo di produzione e di circolazione del capitale. Se il capitale nella forma denaro include profitto e rendita, il denaro quando si trasforma in capitale nel processo di produzione non può più essere rendita. In altre parole, la rendita, come tale, non è capitale del processo di produzione del plusvalore. La rendita, come tale, è solo reddito e, in questa qualità, espressione della ripartizione del plusvalore. Che poi questo reddito assuma la forma di capitale monetario e in quanto capitale bancario diventi capitale industriale non cambia assolutamente niente alla natura del processo di produzione.

Il carattere della rendita ed il suo ruolo nel processo di produzione e di circolazione del capitale non variano con lo sviluppo del capitale finanziario, cioè della fusione tra capitale bancario e capitale industriale, come ha chiaramente indicato Lenin.

La variazione può riguardare il suo peso, ma non la sua natura.

Chi invece affermava il contrario era Kautsky e vediamo subito il perchè. Avevamo detto che la tesi del PCI è poco originale. Difatti, nel 1911, Kautsky diceva che, dal 1890 al 1910, "il capitale industriale si è trasformato in capitale finanziario, si è unificato con i monopolisti terrieri".

Anche nelle conclusioni il PCI copia il vecchio Kautsky il quale afferma: "Le riforme sociali sono state completamente abbandonate". Teorico massimo dell'unificazione profitto-rendita, Kautsky sarà massimo sostenitore controrivoluzionario dell'azione per le riforme sociali che la borghesia, unificata nel capitale finanziario, avrebbe abbandonate completamente.

Lenin non solo combatte a fondo questa tesi Kautskyana ma demolisce pure, implacabilmente, ogni tesi della sinistra che possa minimamente offrire appigli al centrismo di Kautsky.

Commentando nei "Quaderni sull'imperialismo" nel 1915, un articolo di Anton Pannekoek, uno dei massimi esponenti della sinistra rivoluzionaria, scrive: "Unità della lotta per il socialismo e per le riforme" oppure "e per gli interessi immediati degli operai"? E che cosa è la lotta per il socialismo? Nella formula di Pannekoek è elusa, cancellata, eliminata, la differenza tra sinistra e "centro". La formula . . . di Pannekoek può essere sottoscritta anche da K. Kautsky. . . Questa formula è errata. La lotta per il socialismo consiste nell'unità della lotta per gli interessi immediati degli operai (propriamente per le riforme) e della lotta rivoluzionaria per il potere, per l'espropriazione della borghesia, per l'abbattimento del governo borghese e della borghesia. Bisogna unire non la lotta per le riforme + le frasi sul socialismo, la lotta "per il socialismo", ma due tipi di lotta".

Unità organica di due tipi di lotta, lotta per gli interessi immediati degli operai e lotta rivoluzionaria per l'abbattimento della borghesia: ecco la chiara e sempre attuale indicazione strategica leninista, per il nostro intervento contingente. Ecco come noi affrontiamo il problema delle riforme, non dal punto di vista delle frazioni borghesi ma dal punto di vista degli interessi immediati del proletariato. I proletari hanno sì il problema della casa perchè gli affitti aumentano: ebbene debbono lottare perchè aumenti il salario. I proletari hanno sì il problema del trasporto perchè perdono ore di tempo per recarsi al lavoro: ebbene debbono lottare perchè, ad eguale salario, diminuiscano le ore lavorative ed i ritmi di lavoro. I proletari hanno sì il problema della scuola perchè occorre che, nei loro figli, si riproduca il valore della loro forza-lavoro: ebbene debbono lottare per un salario integrativo per tale valorizzazione.

La lotta per gli interessi immediati del proletariato deve essere condotta contro il capitale ed è lotta per il salario più alto e per condizioni di lavoro migliori, da un lato, e deve essere diretta contro lo Stato delle frazioni borghesi, dall'altro.

Popular posts from this blog

Chinese Rearmament Projects Itself in Asia

Internationalism No. 78-79, August-September 2025 Page 5 From the series Asian giants Trends in rearmament spending and comparisons of military equipment are increasingly set to dominate coverage of the contention between powers in the crisis in the world order . The military factor has entered the strategic debate, accompanied by a wealth of figures and technical details. The increase in military spending as a percentage of GDP represents a widespread sign of the rearmament cycle at this juncture, but spending alone cannot entirely explain the situation, given the qualitatively different natures of the arsenals being compared. Nor are comparisons between this or that type of weapon useful in themselves, because ultimately all weapons are only ever used in combination with the complex military means available to a power, either in alliance or in conflict with other powers in the system of States. Therefore, while it is difficult to assess the real significa...

The Comprehensive Agreement on Investment Strengthens the ‘European Party’ in China

From the series News from the Silk Road “Chinese people treat [US democracy] as a variety show which is much more interesting than House of Cards’ [...]”. Beijing does not feel the same embarrassment as the old democracies of the West faced with the grotesque scenes of demonstration against the Capitol organised by the president of the United States. Zhao Minghao from the Chongyang Institute spelled out the obvious in his analysis some time earlier: “the political farce by the incumbent president and some Republican lawmakers is reflecting the profound crisis on US domestic politics.” The Global Times is serving a hefty bill to the ideologies of liberal interventionism: “the ‘beacon of democracy’, and the beautiful rhetoric of ‘City upon a Hill’ [...]” are undergoing a serious debacle or in other words, a “Waterloo of US international image”. It will be a while before the US can “interfere in other countries’ domestic affairs with the excuse of ‘democracy’[...]”. Attention is also...

Democratic Defeat in the Urban Vote

Internationalism No. 71, January 2025 Page 2 From the series Elections in the USA A careful analysis of the 2022 mid-term elections revealed the symptoms of a Democratic Party malaise which subsequently fully manifested itself in the latest presidential election, with the heavy loss of support in its traditional strongholds of the metropolitan areas of New York City and Chicago, and the State of California. A defeat foretold Republican votes rose from 51 million in the previous 2018 midterms to 54 million in 2022, a gain of 3 million. The Democrat vote fell from 61 to 51 million, a loss of 10 million. The Republicans gained only three votes for every ten lost by the Democrats, while the other seven became abstentions. In 2022, we analysed the elections in New York City by borough, the governmental districts whose names are well known through movies and TV series. In The Bronx, where the average yearly household income is $35,000, the Democrats lost 52,00...

Uneven Development, Job Cuts, and the Crisis of Labour Under Global Capitalism

Internationalism No. 73, March 2025 Page 16 Uneven development is a fundamental law of capitalism. We have a macroscopic expression of this in the changing balance of power between States: Atlantic decline and Asian rise are the key dynamics behind the political processes of this era, including wars caused by the crisis in the world order. But behind all this there is a differentiated economic trend, starting from companies and sectors: hence the differentiated conditions for wage earners. And this is the element to keep in mind for an effective defensive struggle. It’s only the beginning The electrical and digital restructuring imposed by global market competition affects various production sectors. The car industry is the most obvious, due to the familiarity of the companies and brands involved. We have already reported on the agreement reached before Christmas at Volkswagen, which can be summarised as a reduction of 35,000 employees by 2030. Die Zeit [De...

German Socialism in 1917

Internationalism No. 78-79, August-September 2025 Page 6 From the series Pages from the history of the worker’s movement  According to Arrigo Cervetto [ Opere , Vol. 7], “paracentrism” is “the biggest obstacle to the formation of the worldwide Bolshevik party”. The Spartacists at Zimmerwald and Kiental Cervetto was analysing Lenin’s battle against centrism for the creation of the Third International, a battle which saw him isolated at Zimmerwald. He wrote down one of Zinoviev’s quotations from Histoire du parti communiste russe . “We were in the minority at Zimmerwald [1915]. […] In the years 1915 and 1916, we were nothing but an insignificant minority”. “But what is more serious?” – observed Cervetto – “is that the Zimmerwald Spartacists also said they were opposed to us”. In the strategic perspective of the “two separate halves” of socialism – the political conditions in Russia and the economic, productive, and social conditions in Germany – “for ...

Class Consciousness and Crisis in the World Order

Internationalism No. 71, January 2025 Pages 1 and 2 The consciousness of the proletariat “cannot be genuine class-consciousness, unless the workers learn, from concrete, and above all from topical, political facts and events to observe every other social class in all the manifestations of its intellectual, ethical, and political life; unless they learn to apply in practice the materialist analysis and the materialist estimate of all aspects of the life and activity of all classes, strata, and groups of the population”. If it concentrates exclusively “or even mainly” upon itself alone, the proletariat cannot be revolutionary, “for the self-knowledge of the working class is indissolubly bound up, not solely with a fully clear theoretical understanding or rather, not so much with the theoretical, as with the practical, understanding — of the relationships between all the various classes of modern society”. For this reason, the worker “must have a clear picture in ...

Socialism and Nationalism in the History of France

The collapse of French socialism at the outbreak of the First World War is considered by many historians to be the most significant case of its kind. We must go back in time to find its origins. The dramatic repression of the Paris Commune in 1871 was followed by a decade of shootings and the deportation of tens of thousands of revolutionary militants. Reactionary monarchical legitimism attributed the decline of France to the Revolution of 1789, but by then the nouvelles couches sociales , the new classes produced by capitalism, as Leon Gambetta defined them, demanded a politics free from economic, social and clerical ties. The Radical Party, a turning point of French politics, was its expression. The same taditional Catholic Judeophobia dating back to the Middle Ages — according to Michel Dreyfus’, research director at the CNRS in Paris, Anti-Semitism on the Left in France [Paris, 2009] — gradually transformed into the image of the Jews associated with money and modernity who des...

The Defeat in Afghanistan — a Watershed in the Cycle of Atlantic Decline

In crises and wars there are events which leave their mark on history because of how they make a decisive impact on the power contention, or because of how, almost like a chemical precipitate, they suddenly make deep trends that have been at work for some time coalesce. This is the case of the defeat of the United States and NATO in Afghanistan, which is taking the shape of a real watershed in the cycle of Atlantic decline. For the moment, through various comments in the international press, it is possible to consider its consequences on three levels: America’s position as a power and the connection with its internal crisis; the repercussions on Atlantic relations and Europe’s dilemmas regarding its strategic autonomy; and the relationship between the Afghan crisis and power relations in Asia, especially as regards India’s role in the Indo-Pacific strategy. Repercussions in the United States Richard Haass is the president of the CFR, the Council on Foreign Relations; despite having ...

Armed Negotiations between the Gulf and the Mediterranean

David Petraeus, Commander of the US forces in Iraq and the Gulf in 2007-2008, then director of the CIA in 2011-12, described the elimination of Iranian General Qasem Soleimani on January 3 rd in Baghdad as a defensive action , with which the Trump presidency restored a US deterrence , which was weakened by recent Iranian actions . This is a reference to the attacks conducted indirectly, unclaimed by Tehran, against the Saudi oil infrastructures on September 14 th 2019. In March 2008, when the forces under Petraeus’ command supported the Iraqi Army in the fight against local Shite militias, Soleimani sent a message to the American general: informing him that he was the person in charge for Iranian policies in Iraq, Syria, Lebanon and Gaza therefore the channel through which to define an agreement to resolve the various issues with Tehran. Petraeus holds the advisors of the Quds Force, the spearhead of the Pasdaran asymmetric operations, responsible for the killing of around 600 ...

The Works of Marx and Engels and the Bolshevik Model

Internationalism Pages 12–13 In the autumn of 1895 Lenin commented on the death of Friedrich Engels: "After his friend Karl Marx (who died in 1883), Engels was the finest scholar and teacher of the modern proletariat in the whole civilised world. […] In their scientific works, Marx and Engels were the first to explain that socialism is not the invention of dreamers, but the final aim and necessary result of the development of the productive forces in modern society. All recorded history hitherto has been a history of class struggle, of the succession of the rule and victory of certain social classes over others. And this will continue until the foundations of class struggle and of class domination – private property and anarchic social production – disappear. The interests of the proletariat demand the destruction of these foundations, and therefore the conscious class struggle of the organised workers must be directed against them. And every class strugg...