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Crisi e interessi vitali del proletariato


Arrigo Cervetto (novembre 1975)
Pubblicato per la prima volta su Lotta Comunista


"Per orientarsi nella lotta dei partiti, non bisogna credere loro sulla parola, ma studiare... come si comportano nelle questioni che toccano gli interessi vitali delle diverse classi della società, proprietari fondiari, capitalisti, contadini, operai ecc.": così Lenin, in un articolo del maggio 1912 stabilisce il criterio fondamentale dell'analisi politica marxista. In qualsiasi momento i partiti politici vanno giudicati non per la loro ideologia e la loro propaganda ma per il loro atteggiamento pratico sulle questioni di fondo.

La propaganda ideologica dei diversi partiti presenta sempre ogni questione come una questione di fondo ed ogni interesse delle diverse classi come l'interesse vitale della società. Per questa ragione, per studiare il comportamento dei diversi partiti nelle questioni fondamentali occorre definire quali sono gli interessi vitali delle diverse classi. Preliminare è, quindi, la definizione teorica delle classi e dei loro interessi. Infine, da questa definizione ne discerne la valutazione sull'importanza vitale o meno degli interessi delle diverse classi. E' fuori discussione, ci insegna Lenin, che il sistema delle concezioni borghesi forma un insieme di idee abbastanza armonico, cioè un sistema ideologico retto da una logica formale a cui attinge il revisionismo prima, e l'opportunismo controrivoluzionario, poi. Questo sistema di concezioni ha al suo centro l'idea dello Stato come comunità di classi: da questa idea ne deriva la concezione che per le classi esistono interessi particolari ma non interessi vitali poiché l'interesse vitale di tutte le classi si accomuna nell'interesse superiore dello Stato. In altri termini: l'interesse vitale delle diverse classi della società è lo Stato. Tutti i partiti opportunisti non hanno fatto altro che accettare ed assimilare questa concezione dello Stato come prodotto ultimo del sistema di concezioni borghesi. Se lo sviluppo dell'imperialismo, con le sue guerre e le sue profonde contraddizioni, ha scosso fortemente l'armonia delle ideologie tradizionali e ha prodotto ampie crisi delle ideologie, la concezione borghese dello Stato come unità suprema di interessi si è, invece, radicata sempre più perché si è articolata in una infinità di varianti. E' proprio lo sviluppo dell'imperialismo e la acutezza delle lotte interimperialistiche ad alimentare ed arricchire la concezione socialimperialistica dello Stato.

Quindi, è nell'atteggiamento verso lo Stato che noi possiamo studiare il comportamento dei partiti, nella loro lotta, nelle questioni che toccano gli interessi vitali delle diverse classi. Siccome, per la scienza marxista, lo Stato è lo strumento di dominazione della classe sfruttatrice sulla classe sfruttata la concezione dello Stato come interesse supremo è, in realtà, una concezione che difende gli interessi vitali della classe dominante. L'interesse vitale del proletariato, di conseguenza, è nell'abbattimento di questo Stato, nella prospettiva storica, e nel suo indebolimento, nella contingenza.

Ma come può il proletariato riconoscere il suo interesse vitale e superare l'interesse particolare che inevitabilmente lo porta a subordinarsi all'interesse generale dello Stato, cioè all'interesse della classe che lo opprime?

Dice Lenin che più le "istituzioni rappresentative" di un paese "sono solide e democratiche, più facile è per le masse popolari orientarsi nella lotta dei partiti e imparare la politica, smascherare cioè l'inganno e scoprire la verità".

Più la dittatura borghese è esercitata nella forma democratica, cioè con istituzioni rappresentative solide, più il proletariato può scoprire la verità nella lotta dei partiti perché può vedere, spogliati da tutte le ideologie, i reali e pratici comportamenti dei partiti nelle questioni che toccano gli interessi vitali delle diverse classi.

L'Italia attuale ne è un chiaro esempio. Sulle questioni che toccano gli interessi delle classi i vari partiti assumono comportamenti inequivocabili che le loro varie ideologie non possono nascondere. Ad esempio, tutti i partiti parlamentari, su di un aspetto fondamentale degli interessi delle classi quale è la ripartizione del reddito, si dichiarano concordi sul contenimento dei redditi da lavoro dipendente e sul mantenimento dei redditi della piccola borghesia.

Ma che le istituzioni rappresentative democratiche permettano al proletariato di orientarsi più facilmente sul comportamento dei partiti nella loro lotta, non è ancora sufficiente alla formazione di una coscienza di classe. Da un lato, l'influenza ideologica dell'opportunismo può propagandare nel proletariato l'idea che il sacrificio di interessi contingenti e particolari è fatto in vista di un interesse superiore, nazionale e statale. E' quello che fa la borghesia italiana con la tesi della concorrenza internazionale. E' quello che fa l'opportunismo con l'ideologia del controllo degli investimenti. Se questa propaganda può ritardare la presa di coscienza del proletariato sui suoi interessi vitali, essa, di per sé, non è determinante perché sostanzialmente è resa possibile dalla passività degli strati vasti e profondi del proletariato. Non è la propaganda ideologica dei partiti borghesi ed opportunisti, nella forma democratica della dittatura capitalista, a ritardare la scoperta della verità da parte del proletariato. Se fosse cosi, la tesi di Lenin non sarebbe valida. Invece, se la forma democratica della dittatura borghese è la istituzione nella quale più forte si manifesta l'influenza ideologica dell'opportunismo è anche la istituzione nella quale più chiaramente l'ideologia svela il suo inganno e la posizione pratica dell'opportunismo è messa a nudo.

Tanto più che, come abbiamo detto, la democrazia non è sufficiente come condizione affinché il comportamento dei partiti permetta al proletariato di individuare i suoi interessi vitali.

Occorre qualcosa di più: occorrono, dice Lenin, "crisi profonde" in cui "appare con maggiore chiarezza la divisione di ogni società in partiti politici".

Nell'epoca delle crisi profonde "I Governi sono costretti allora a cercare un sostegno nelle differenti classi della società; una lotta aspra spazza via tutte le frasi, tutto ciò che e meschino, superficiale; i partiti tendono tutte le loro forze, fanno appello alle masse popolari".

E' nell'epoca di crisi profonde, per la loro estrema tensione sociale e politica, che si determina la reale collocazione dei partiti in rapporto alle diverse classi. Cadono tutti gli orpelli, le chiacchiere si dimostrano per quello che sono, e restano i fatti. Ogni partito si rivela per quello che è, cioè per quello che rappresenta nelle classi in lotta.

''Queste crisi determinano sempre, per lunghi anni, persino per dei decenni, il raggruppamento in partiti delle forze sociali di un dato paese". Ciò spiega perché anche un piccolo partito, come quello bolscevico ad esempio, possa rappresentare, nella prospettiva, il raggruppamento della forza sociale proletaria, anche se nella crisi in questione non ha svolto un ruolo predominante. Ciò spiega perché, nel cammino storico, vi sono sempre momenti che determinano la collocazione oggettiva dei partiti. L'attuale crisi di ristrutturazione dell'imperialismo italiano è uno di questi momenti?

Se lo confrontiamo alle crisi profonde citate da Lenin, le guerre tedesche del 1866 e 1870 ed il 1905 russo, possiamo rispondere di no. La crisi di ristrutturazione italiana non ha una profondità paragonabile a quelle perché per la borghesia italiana vi è un problema di indebolimento relativo e non di costituzione di uno Stato.

Si può, quindi, dire che la crisi non costringe tutti i partiti ad un comportamento estremo. Perciò noi diciamo che gli opportunisti saranno chiamati in futuro ad aiutare la borghesia in crisi più gravi e pericolose.

La DC resta ancora il partito chiave delle frazioni borghesi le quali, pur cercando di utilizzare anche il PCI in un bipartitismo tendenziale che permetta un migliore funzionamento delle istituzioni rappresentative democratiche fanno perno sulla DC per affrontare un minimo di ristrutturazione. E' il PCI ad agitare la tesi della "crisi profonda" che richiede il comportamento estremo della grande alleanza con la DC per difendere gli interessi vitali dello Stato.

La lotta attuale tra i partiti, in fondo, non è altro che la manifestazione della tattica delle frazioni borghesi che vogliono portare il PCI ad appoggiare la DC nella gestione della crisi di ristrutturazione, considerata grave ma non di tale profondità da usare l'ultima carta politica dell'alleanza DC-PCI. Questa carta sarà giocata in una futura, ed inevitabile, crisi più grave, quando la ripresa delle metropoli ristrutturate, di cui l'Italia rappresenterà comunque uno dei punti più deboli, provocherà una depressione più profonda, più convulsa e più estesa coinvolgendo anche zone a giovane capitalismo. Il PCI si adegua a questa tattica: dalla tesi della grande alleanza, o compromesso storico, come condizione per superare la crisi passa all'appoggio di un piano a medio termine. Accetta, di fatto, la soluzione tattica e contingente che i grandi gruppi capitalistici tentano di dare alla crisi di ristrutturazione . Vediamo come il PCI, per bocca di Amendola, si comporta sulle questioni che toccano gli interessi vitali delle diverse classi della società italiana. Esporremo fedelmente la sua posizione perché è metodo marxista quello di affrontare oggettivamente le tesi dell'avversario, mentre è tipico metodo controrivoluzionario quello di deformare e di falsificare le posizioni del movimento rivoluzionario per tentare di demolirle con la diffamazione e la calunnia.

La crisi dell'economia mondiale è, per il PCI, grave ed estesa perché rivela la "incapacità a risolvere i problemi posti dalla necessità di un nuovo sviluppo economico mondiale e dai bisogni crescenti delle popolazioni dei paesi emergenti". La gravità e la estensione della crisi richiede un "nuovo assetto economico mondiale fondato sulla cooperazione tra gli Stati capitalisti industrialmente avanzati, gli Stati socialisti e i vari Stati nazionali emergenti".

Amendola, come si vede, divide l'economia mondiale in tre settori (capitalista, socialista, emergente). Con questa divisione artificiale ed ideologica è impossibile cogliere il carattere fondamentale della crisi attuale perché non si riesce a vedere come avviene la ristrutturazione tra le diverse aree economiche. Circoscritta l'analisi alle metropoli imperialistiche occidentali, anche della linea di tendenza dell'economia mondiale ne esce una versione completamente deforme e destinata ad essere smentita dai fatti. Tale versione, nulla dal punto di vista scientifico, è invece funzionale alle conclusioni politiche che il PCI ne vuole tirare poiché "da questo giudizio deriva tutto il nostro discorso di politica economica nazionale e di politica interna" e "la lucida accettazione di tutte le conseguenze di quel giudizio''. Quali sono le conseguenze?

Sono che, di fronte alla crisi mondiale a cui la politica economica del padronato e dei governi ha portato l'Italia ''in condizioni più esposte", il PCI indirizza la classe operaia ''verso obiettivi che sono compatibili con i suoi interessi generali, di classe interprete dell'interesse nazionale ". Il PCI parla chiaro: il proletariato deve impegnarsi per l'interesse nazionale. Più grave e la crisi mondiale più forte deve essere l'impegno del proletariato per salvare l'Italia!

Ecco l'interesse nazionale, di cui il proletariato dovrebbe essere l'interprete: "imporre una riconversione produttiva, un aumento della produttività generale, ma anche aziendale, l'attuazione di un piano a medio termine che comporta necessariamente, mutamenti, trasferimenti, sacrifici", ''la mobilità, la lotta all'assenteismo" e al corporativismo: "solo in questo modo noi comunisti possiamo riuscire a difendere gli inseparabili interessi della classe operaia e della nazione ".

Nel difendere a spada tratta l'imperialismo italiano nella concorrenza internazionale, il PCI arriva a rinnegare il principio elementare del marxismo, l'internazionalismo. Deve affermare apertamente che l'interesse del proletariato è inseparabile dall'interesse nazionale. Per affermare ancor più l'interesse nazionale, il PCI giunge a sostenere che la crisi mondiale "tende a durare e a aggravarsi", che anche se vi saranno "riprese limitate e precarie" la crisi sarà lunga e che se il capitalismo italiano pensa di agganciarsi, con un vecchio tipo di espansione, ad una ripresa europea andrà incontro a nuove delusioni perché la concorrenza internazionale si è fatta più aspra con manovre protezionistiche e monetarie e "guerre commerciali, come avvenne negli anni '30".

Il PCI rinuncia ad una analisi corretta della crisi mondiale di ristrutturazione, sino a paragonarla a quella degli anni '30, per anticipare, teoricamente, il suo comportamento da "crisi profonda", da svolta effettiva.

Ecco le conclusioni politiche reali di una valutazione teorica artificiale.

Nelle crisi profonde si determinano i raggruppamenti in partiti di lungo termine, ma è nei periodi come l'attuale di incubazione di quelle crisi che si prefigurano, indipendentemente dai rapporti di forza e dalla consistenza del partito rivoluzionario, le tendenze delle future lotte di classe.

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