Skip to main content

Bordiga sulla tesi del complotto


Arrigo Cervetto (aprile 1978)
Pubblicato per la prima volta su Lotta Comunista, N° 92


Il 3 febbraio 1923 il governo fascista, dopo una serie di arresti nelle varie province, e una denuncia della questura di Milano contro i firmatari di un manifesto dell'Internazionale dei Sindacati Rossi contro il fascismo, apre una grande battuta anticomunista. La polizia riesce ad arrestare Bordiga, il capo del Partito Comunista d'Italia.

Umberto Terracini, in una lettera del 13 febbraio 1923, scrive: «Il governo fascista ha aperto la grande battuta anticomunista da tempo preannunciata. Nello spazio di una settimana la polizia ha arrestato oltre 5000 compagni... Il nostro partito non piega e non cede: arrestati un quarto dei propri iscritti, sciolte le sue sezioni, privo del suo capo, il compagno Bordiga, minacciato nei suoi membri di morte e di tortura, il Partito Comunista d'Italia ha già ripreso la sua funzione e i suoi lavori».

Tra febbraio e aprile viene arrestato quasi tutto il Comitato Centrale e 72 segretari federali nonché i segretari delle organizzazioni giovanili provinciali.

Nel luglio del 1923 Amedeo Bordiga e gli altri membri dell'Esecutivo comunista e numerosi dirigenti periferici e semplici militanti, quasi tutti in stato di detenzione dal febbraio, vengono rinviati a giudizio presso il tribunale penale di Roma per rispondervi di vari reati, dai più gravi l'associazione a delinquere, eccitazione pubblica alla rivolta e alla diserzione dei militari e cospirazione per rovesciare i poteri costituiti dello Stato) a quelli minori l'incitamento all'odio di classe che comportano complessivamente pene detentive sino a 12 anni.

Dal 18 al 26 ottobre 1923 si celebra il processo intentato a 31 imputati tra i quali, oltre a Bordiga, Umberto Terracini (latitante), Bruno Fortichiari (latitante), Ruggiero Grieco, Antonio Gramsci (latitante), Giuseppe Dozza, Angelo Tasca e altri.

Amedeo Bordiga invia un memoriale al tribunale. In esso, rivendicando le posizioni dei comunisti, dimostra l'infondatezza delle accuse.

Pubblicandolo, nel 1924, il Comitato Esecutivo lo indicava come «qualcosa di nuovo a proposito del metodo difensivo che un partito rivoluzionario non solo per le frasi ma anche per il suo reale allenamento all'azione deve sapere adottare rivendicando la integrità del suo bagaglio ideale, e nello stesso tempo sventando i tranelli tesi alla sua attività».[Il memoriale si inizia colla dichiarazione che non si prefigge di confutare le cosiddette prove dell'accusa, cui Bordiga aveva risposto negli interrogatori, ma di provare, partendo da considerazioni di ordine generale sulla funzione del Partito Comunista e la situazione politica italiana dell'epoca, che l'accusa stessa è assurda e insostenibile. Indi prosegue come appresso].

I principi teorici del partito e della internazionale comunista sono quelli del determinismo economico che ha a suo maestro Carlo Marx. Le cause prime dei fatti storici e sociali sono i fattori economici. Rispetto a questi la società è divisa in classi i cui interessi contrastano e che sono tra loro in lotta: la natura e lo svolgimento delle lotte di classe determinano e spiegano i fatti politici. Nell'attuale epoca storica si inquadra la lotta tra la classe capitalista che detiene gli strumenti di produzione, e il proletariato. Malgrado le osservazioni della teorica liberale e democratica lo Stato non è che un organismo di lotta nelle mani della classe capitalistica che ne detiene il potere per garantire i suoi privilegi economici. Lo studio della storia e l'analisi costitutiva della società capitalistica dimostrano la inevitabilità della lotta del proletariato per la sua emancipazione. Come avverrà questa? Tutti i socialisti ammettono che avverrà col passaggio (necessariamente graduale) dalla economia della proprietà privata ad una economia basata sulla proprietà comune dei mezzi produttivi. Il carattere scientifico della dottrina comunista è di stabilire che tale evoluzione economica non può iniziarsi se il potere politico non passi dalle mani della borghesia a quelle del proletariato; e di negare che tale passaggio sia possibile per mezzo della rappresentanza democratica, sostenendo che avverrà invece attraverso un urto violento tra la classe proletaria e lo stato borghese.

Il proletariato quindi si organizzerebbe, come dice il Manifesto dei Comunisti del 1847, e come è attuato in Russia dal novembre 1917, in classe dominante, aprendosi l'era più o meno complessa in cui il capitalismo andrà cedendo il posto all'amministrazione collettiva, e la divisione della società in classi e la necessità dello stato come organismo coercitivo della classe sconfitta andranno anche scomparendo.

A questa costruzione teorica di una serie di previsioni, si accompagna un programma positivo di azione e di lotta della classe operaia mondiale.

Tesi sostanziale del comunismo è che l'organo di questa lotta, il cervello e il centro animatore di essa, dev'essere il partito politico di classe, il partito comunista internazionale.

La rivoluzione sociale avviene spontaneamente o è il partito comunista che la scatena di sua iniziativa? Ecco, posto in termini pedestri, il grave problema dell'azione, della tattica comunista. Tralasciando ogni più esteso esame della questione, possiamo dire che la rivoluzione non trionferebbe stabilmente senza un partito di classe possedente una chiara conoscenza dottrinale ed una forte organizzazione; e che dall'altra parte, il partito non può scegliere il momento della lotta rivoluzionaria, né scavalcare la necessità delle condizioni generali da cui la crisi sociale deve scaturire .

Per chiarire questo concetto, materia di continuo studio ed esame nel seno stesso del movimento comunista, si suol fare una distinzione tra le condizioni oggettive e quelle soggettive della rivoluzione proletaria.

Le condizioni oggettive si ravvisano nei dati della situazione generale economica e politica, nel grado di maturità del capitalismo, nel grado di stabilità dello stato borghese; quelle soggettive nella coscienza di classe, nella buona organizzazione sindacale e politica del proletariato. Quali condizioni soggettive occorrono per far ritener prossima la vittoria della rivoluzione? Il pensarlo può essere controverso, ma tutti i comunisti, respingendo ogni interpretazione ed utopia volontaristica, ritengono necessario il largo e progrediente possesso da parte del partito comunista di una sicura influenza sulla massa del proletariato aggiunto al divenire, determinantesi al di sopra della volontà nostra, delle condizioni oggettive favorevoli.

Per quanto si voglia essere, dal punto di vista rivoluzionario, ottimisti nell'esaminare un simile doppio ordine di condizioni, è evidente che realizzatesi queste, il precipitare degli eventi storici assumerebbe tali forme che, pure inserendosi in esso il compito importantissimo del grandeggiante partito comunista, i concetti e gli espedienti di congiure e concerti «en petit comité» sarebbero eliminati dalla scena degli avvenimenti.

L'ipotesi formulata dunque negli art. del codice penale che c'interessano, non corrisponde con esattezza alla possibilità del compito rivoluzionario che il partito comunista si prefigge, pur non motivando una nostra attitudine difensiva che neghi in toto e in principio la nostra disposizione e capacità a compiere gli atti, che oggi ci si attribuiscono contrariamente alla verità completa dei fatti.

Come partito abbiamo la prospettiva di partecipare alla lotta rivoluzionaria, senza di che mancherebbe al partito nostro la ragione di essere; ma erano da farsi le riserve che precedono nella formula del «concerto» e sulle comuni azioni di complotto, et similia.

D'altra parte quando matura una situazione storica che comporti lo attacco aperto ed extralegale ai poteri dello Stato, già i fatti in cui il movimento si concreta si mettono fuori della portata delle azioni e sanzioni giudiziarie. In tale periodo, per la debolezza del regime, tace il diritto scritto nelle sue applicazioni politiche, e cede il passo ai coefficienti brutali della forza e del successo. Ed infatti prima dell'ottobre 1922 nessun procedimento giudiziario è stato intentato al partito fascista, che notoriamente concertava e stabiliva di prendere con le armi il potere, ricevuto poi per un compromesso, attraverso il quale e dopo il quale la dottrina e la lettera della vigente legislazione sono state reiteratamente e impunemente lacerate. Il che è una constatazione, da parte di chi scrive, e non una difesa teoretica del sistema legislativo in vigore. Questo argomento significa che se il partito comunista prepara un movimento contro i poteri dello Stato, ciò avviene sotto certe ipotesi, da cui discende anche la conseguenza che non si aprirà in tale periodo nessun processo contro i suoi dirigenti.

La storia insegna ed ammonisce che la prevenzione contro i moti rivoluzionari si realizza non coi codici applicabili ai reati comuni, ma con misure e leggi di eccezione, che perseguono quanto la legge comune tollera e consente in materia di attività politica dei cittadini. Se, per scongiurare un movimento rivoluzionario, si attendesse di raccogliere prima gli estremi della prova del complotto, obbiettivamente parlando, si agirebbe in modo troppo lento per il disarmo di un avversario alla vigilia dell'azione. Non è un paradosso concludere che se c'è il processo, il complotto non c'è.

Veniamo alla sostanza cioè alla considerazione precisa e convincente dell'accusa: siamo in Italia, dal principio del 1922 al febbraio 1923, a termini del mandato di cattura. Poniamo anche dalla costituzione del Partito Comunista (gennaio 1921) alla data suddetta.

La Internazionale Comunista ha considerato e considera, come dai suoi testi fondamentali, il presente periodo storico susseguente alla guerra mondiale come un periodo rivoluzionario in generale. La ipertrofia e quindi il dissesto del sistema capitalistico su scala internazionale, sono evidenti nelle conseguenze della guerra e nella impossibilità di un assetto di pace.

Questa crisi è da noi ritenuta la «crisi finale» del capitalismo, pur non potendo prevedere la sua durata e le sue complicazioni. La crisi ha preso però negli ultimi tempi un aspetto particolare. Mentre i dati economici, non indicano affatto che si delinei un superamento di essa, nei rapporti delle forze politiche sono avvenuti spostamenti.

Negli anni 1919 e 1920 vi fu un'ondata di attività proletaria; ma solo in Russia questa conseguì uno stabile successo. Negli altri paesi a partire dalla fine del 1920 si delineò quel fatto generale che viene da noi definito «offensiva capitalistica». La valutazione di questo fatto è divenuta fondamentale agli effetti del tracciamento della tattica comunista. La ricorderò nelle linee generali così come essa è contenuta in molti testi: i manifesti della Terza Internazionale, specie a partire dalla fine del 1921; i manifesti del nostro partito che, dall'agosto del 1921 in poi, furono lanciati per proporre un'azione proletaria generale contro l'offensiva borghese e, similmente gli articoli della nostra stampa, i discorsi ed ordini del giorno comunisti nei congressi sindacali. Materiale tutto contenuto nella collezione di uno dei giornali comunisti italiani del periodo suddetto. (A chi non fosse nelle mie condizioni sarebbe agevole corredare questo esposto dei più interessanti estratti dei pubblici documenti citati).

dinanzi all'agitarsi del proletariato, mancante però di sufficiente coscienza e coordinazione, la classe dominante, dopo aver traversato un certo periodo di sbigottimento, ma prima che il proletariato ne abbia approfittato in modo irreparabile, constata di avere a propria disposizione forze politiche e quindi militari che possono essere adoperate con probabilità di successo per la difesa del regime.

In seno alla borghesia si fanno strada le correnti che preconizzano la «maniera forte». Economicamente il capitalismo vede così la situazione: forse si può tentare di salvare dalla rovina l'apparecchio economico borghese, purché a colmare i vuoti immensi aperti nella ricchezza dalla guerra e dalla crisi, si possa disporre del lavoro proletario ad un prezzo rinvilito. Di qui un piano sistematico di azione coordinata di tutte le forze borghesi: reazione politica con gli organi dello stato e milizie extra-statali, offensiva sindacale dei padroni contro i favorevoli patti di lavoro conquistati dagli operai nel dopoguerra immediato.

L'obbiettivo è di disperdere non solo i partiti sovversivi ma altresì le organizzazioni economiche della classe lavoratrice.

Una offensiva generale dunque, che non tende solo a paralizzare l'attacco rivoluzionario, ma si propone di respingere il proletariato dalle posizioni conquistate e ritogliergli quelle conquistate che già gli si erano riconosciute.

Questo ritorno offensivo della classe dominante specie dove il partito comunista non ha influenze su tutto il proletariato e le organizzazioni di questo sono in parte dirette da socialisti di varie tendenze, pone ai comunisti il problema tattico che è stato risolto nel senso di rinunziare pel momento alla tattica offensiva rivoluzionaria che la situazione rende problematica; tracciandosi un'altra via per fronteggiare l'azione della classe padronale. (questa via consiste nel cercare di ottenere un'azione comune di tutte le organizzazioni operaie per la difesa di quelle conquiste e di quei diritti che il padronato attacca. Le organizzazioni non comuniste non potranno opporsi a questa difesa degli interessi immediati e quotidiani dei lavoratori, e se li facessero, cesserebbe la influenza degli elementi moderati accrescendosi quella del partito comunista. Ottenendosi da questo l'azione generale del proletariato, il mantenimento delle posizioni di questo comporterebbe, malgrado la modestia dell'obbiettivo e del risultato, il fallimento di piani offensivi della borghesia, solo mezzo che, come si è detto, rimane a questa per scongiurare la catastrofe del suo regime economico. Questi, schematicamente, il senso e lo spirito di tutta l'azione ed i propositi di azione dei partiti comunisti negli ultimi tempi. E' evidente, tra parentesi, che non si pretende qui di fare una dimostrazione della verità di tutte le suddette tesi ma solo di stabilire che tali erano e sono le idee direttrici della tattica comunista, come è verificabile da tutta la nostra letteratura politica già invocata.

Ciò premesso veniamo all'azione svolta dal Partito Comunista d'Italia e a ciò che erano i suoi piani per l'azione da svolgere negli ultimi mesi.

In Italia l'offensiva borghese si è esplicata in modo classico. L'apice della influenza politica del proletariato è stato raggiunto verso la fine del 1920: quindi la situazione ha cominciato a capovolgersi. Il partito proletario (P.S.I.) non aveva saputo profittare delle buone condizioni obbiettive per la confusione ideologica e la poca saldezza di organizzazione. I governi di Nitti e Giolitti salvarono la situazione speculando abilmente sull'inettitudine dei cosiddetti riformisti che costituivano nel P.S.I. la destra e dirigevano la Confederazione del Lavoro. Gl'insuccessi e le delusioni demoralizzarono il proletariato, mentre la borghesia imbaldanziva e sorgeva il movimento fascista. I comunisti avevano fino allora costituito la sinistra del P.S.I. denunziando la sua incapacità rivoluzionaria dovuta all'opera dei riformisti, e all'attitudine insufficiente del centro massimalista, facile al verbalismo estremista ma al disotto di ogni coscienza delle vere condizioni di uno sviluppo rivoluzionario e delle delicate esigenze di azione che esso comporta.

Il 21 gennaio 1921 al Congresso di Livorno i comunisti si staccarono dal Partito costituendo il P.C.I. sezione italiana della Internazionale Comunista. Alla nuova organizzazione proletaria, appena sistemati i suoi quadri, si presentò la situazione caratterizzata dal dilagare dell'offensiva borghese e fascista, dinanzi ai successi della quale riformisti e massimalisti esitavano e nicchiavano.

I dirigenti del Partito Comunista Italiano appartenenti nel seno stesso del comunismo ad una tendenza che può dirsi di sinistra, ove di vera e propria tendenza voglia parlarsi, fin dal primo momento pur essendo allora la efficienza degli organismi proletari assai migliore di quella che è stata in seguito, e specie dopo l'andata al governo dei fascisti, giudicarono e dichiararono in cento occasioni che la situazione escludeva un'azione autonoma e offensiva del partito comunista, fino a che questo non avesse avuto un'influenza maggiore degli altri partiti proletari, e non avesse avuto rafforzata la sua posizione negli organismi sindacali dominati dai riformisti.

Pur lasciando la parola della resistenza con tutti i mezzi alle manifestazioni della offensiva borghese sia come vertenze sindacali che come spedizioni e incursioni fasciste, il partito comunista imperniò la sua propaganda sul criterio che la resistenza locale e «caso per caso» era insufficiente ad arrestare lo slancio avversario e a salvaguardare i più elementari diritti del proletariato. Nell'agosto 1921 il partito proponeva, con un pubblico appello, a tutte le organizzazioni sindacali rosse un'azione comune, per l'attuazione dello sciopero generale nazionale di cui si ponevano come obbiettivo una serie di precise rivendicazioni pratiche, dalle otto ore alla difesa dei patti di lavoro e del diritto di libera attività delle organizzazioni.

In tutto il periodo susseguente il lavoro e l'agitazione svolti dal P.C.I mirano a questo scopo.

In tutta questa campagna noi abbiamo sempre dichiarato non solo che non avremmo svolta un'azione autonoma con le nostre forze al di fuori della disciplina dell'azione associata da noi proposta, ma che questa stessa azione generale aveva quei precisi obbiettivi, e non quello del rovesciamento dei poteri statali. Anzi da quelli che si opponevano alla azione fu adoperato contro di noi il vano argomento che «lo sciopero generale si fa solo per fare la rivoluzione». Vedasi tutta la polemica relativa specie in occasione dei consigli nazionali della C.G.I.L. (Verona - Novembre 1921- Genova Luglio 1922). Va da sé che la nostra attitudine suddetta derivava da attente valutazioni tattiche e non dal nostro augurio che gli attuali poteri statali restassero in piedi un giorno più dell'inevitabile.

La campagna comunista determinò il formarsi dell'Alleanza del Lavoro, benché diretta, com'è noto, da non comunisti. Di fronte a questa la nostra attitudine fu costante: la invitammo più volte e in occasioni concrete pubblicamente all'azione, ne criticammo gli indugi, ma sempre rinnovammo ed osservammo l'impegno a non agire da soli al di fuori ed oltre le sue deliberazioni.

Lo sciopero generale fu dall'A. del L. proclamato troppo tardi: nell'agosto 1922. Noi avevamo sempre detto che quest'azione doveva farsi prima che la massa delle forze proletarie fosse scompaginata dalle lotte e dagli urti isolati, ma pur dissentendo da tutta l'attitudine dei dirigenti demmo la parola di obbedire agli ordini dell'A. del L. Troncato da questa lo sciopero, protestammo, ma ripetemmo di eseguire la disposizione. Può consultarsi al proposito tutta una serie di comunicati ed articoli del Comunista della fine di luglio e principio agosto. Lo sciopero segnò, com'è noto, un peggioramento delle disposizioni proletarie, malgrado il coraggioso contegno dei lavoratori; la reazione s'intensificò e pervase le ultime province del paese finché si insediava alla fine di Ottobre nel potere dello Stato.

Dai fatti incontrovertibili che precedono è ben facile dedurre una conclusione: il P.C.I. che non ha mai fatto mistero in una situazione in cui la efficienza proletaria e i suoi effettivi erano ben più forti, di non potersi proporre come scopo immediato e prossimo l'abbattimento del potere dello Stato, sempre meno poteva preordinare, allestire e progettare una qualunque azione nei tempi successivi, e meno ancora dopo l'avvento del fascismo al potere. Non è affatto poco rivoluzionario dichiarare, come abbiamo fatto in situazioni che non erano quelle dell'imputato che si difende, e infischiandoci delle pose demagogiche, che la direzione del P.C.I. dalla costituzione di esso non ha mai considerato come una eventualità possibile l'avvento di un potere proletario rivoluzionario in Italia.

Scopo immediato dell'attività del partito doveva essere e fu la conservazione del massimo grado possibile di efficienza del proletariato.

Spiegando gli obbiettivi della nostra proposta di sciopero generale la rappresentavamo agli operai anche non comunisti come «il porre piede su di una piattaforma più salda per l'azione avvenire». (Leggansi i manifesti del luglio '22). Altre importanti circostanze vengono a suffragare l'assurdità della ipotesi che il nostro partito preparasse un moto contro i poteri dello Stato.

Dopo lo sciopero di agosto si ebbe la scissione tra i riformisti e massimalisti nel P.S.I., e si pose il problema della unione dei secondi coi comunisti in un partito più numeroso e forte. La sistemazione di una così importante questione costitutiva del partito diveniva pregiudiziale ad ogni progetto di azione, sia pure la più modesta. Decisa la questione nel senso della fusione dall'ultimo congresso dell'I.C. (Mosca, dicembre 1922), per il nostro partito la decisione aveva valore esecutivo, mentre dava luogo nel partito socialista ad ulteriori dibattiti.

E' chiaro che nell'attesa del risolversi di così gravi questioni, il nostro partito non poteva da solo, (e non erano in atto organi di collaborazione diretta con l'altro partito), predisporre una grande azione politica, già dimostrata inverosimile da quanto precede.

Di più: tutta la nostra valutazione della situazione politica dall'avvento dei fascisti al potere, stabilita negli articoli di quanto restava della nostra stampa, convergeva ad ammettere manifestamente una non breve durata del regime fascista, e la necessità che una lenta crisi di questo ridasse al proletariato la possibilità di ritessere la sua tela organizzativa per sviluppare di nuovo una azione classista. Compito del partito nostro era ed è di salvaguardare il più possibile la sua organizzazione, i mezzi di propaganda, la coscienza della convinzione della parte del proletariato che lo segue.

Nei miei interrogatori ho già dichiarato come anche a tali scopi limitati, dinanzi alla persecuzione che colpisce il partito, occorre l'insieme di risorse detto «lavoro illegale», e come alle esigenze di quella azione di partito che sono qui andato prospettando, occorresse lo inquadramento militare, l'aiuto finanziario della nostra organizzazione comunista internazionale, e gli altri mezzi e forme di azione di cui non abbiamo mai fatto mistero, parlandone in ripetuti comunicati pubblici.

Ma una obiezione potrebbe essermi mossa: pur rispondendo tutta l'attività pubblica del partito a quanto è stato sopra esposto sulle direttive della direzione di esso, poteva esservi un'azione collaterale clandestina avente scopi diversi da quelli tratteggiati negli atti pubblici e ufficiali.

Tale obiezione vale anche per due razioni: chi sappia anche poco della funzione del partito comunista, scorge subito che il fattore di prim'ordine è la formazione della coscienza politica della vasta massa, e come tutta la nostra dottrina e pratica è in diretta antitesi con la fiducia nell'opera delle ristrette aristocrazie di iniziati. Noi teniamo segreto la tecnica e la meccanica del lavoro di partito per le note ragioni, ma sappiamo che ci esporremmo alle più grandi catastrofi se tenessimo segrete le finalità politiche della lotta.

E' primordiale per i comunisti l'importanza delle parole lanciate pubblicamente alle masse e si cercano ansiosamente le occasioni di farlo nei congressi, comizi, ecc. in modo da sorpassare la cerchia di diffusione della nostra stampa. (Come è accaduto con la nota divulgazione da parte del governo e della sua agenzia di stampa del manifesto della Terza Internazionale contro il fascismo).

Nel 1917 in Russia il Partito Comunista faceva apertamente la sua agitazione rivoluzionaria sulla parola «il potere ai Soviet», obbiettivo della sua politica. In secondo luogo, nei nostri atti interni, se vi resterà sempre molto di incomprensibile come accadrebbe a noi se pigliassimo possesso dell'Archivio del Ministero dell'Interno, non si troverà mai una parola che dica di agire diversamente e al di fuori di quella linea politica che qui è stata tratteggiata.

Il supporre che al disotto di un così limpido riconoscimento quotidiano della realtà della situazione, e dei rapporti della forza nostra a quella avversaria, noi avessimo concertato, o solo immaginato un «colpo» contro i poteri dello Stato, equivale a supporre che il nostro Partito fosse diretto da pazzi, e mi lusingo che vi siano molte risultanze contro tale ipotesi disgraziata.

Riassumo: il partito comunista non perde mai di vista il suo programma finalistico, ma sulla base della realtà della situazione si foggia di continuo non il cosiddetto programma minimo dei riformisti, ma un piano pratico di azione concreta per l'avvenire «visibile».

Durante il periodo di attività del P.C.I. in questo secondo quadro «attuazionistico» non ha mai figurato l'attacco ai poteri dello Stato. All'epoca del nostro arresto il suddetto piano contemplava il rinsaldamento organizzativo interno, la propaganda comunista coi mezzi disponibili e specie cercando di rendere più efficiente la stampa; vedendoci poi notevolmente ridotti gli stessi orizzonti del lavoro tradizionale tra gli operai dei sindacati e delle cooperative, del lavoro elettorale e così via.

Se i supremi organi della polizia politica dello Stato a cui tutta questa materia, visibile ad un osservatore politico (qualunque ne sia il partito) ad occhio nudo, è certamente nota, hanno elevato l'accusa di complotto, essi sono convinti evidentemente non solo di errore, ma di malafede.

Nei bassi ranghi della polizia si vede il complotto in tutto quello che si ignora e non s'intende, confondendo così la colpa altrui con la propria insufficienza professionale, o almeno col non possesso del dono della onniscienza. Se in questa ignoranza poliziesca consiste il reato di complotto allora è certo che i comunisti italiani hanno complottato, complottano e complotteranno sempre, finché non si saranno trovati raggi X per leggere il pensiero nei cervelli umani. Ma negli alti strati della polizia si persegue invece la politica partigiana del governo attuale, ben sapendo che si elevano accuse insussistenti. Al presente governo, preme presentare alla pubblica opinione l'exploit della eliminazione di ogni attività politica rivoluzionaria. A questa si oppone la resistenza del Partito Comunista che può essere malmenato e mal ridotto ma non prenderà mai le vie dell'adattamento e della prudente dissimulazione, necessarie a farsi tollerare dai prepotenti. E per schiacciare questo Partito indebolito ma per nulla disposto a sbigottirsi delle gesta brutali della parte politica trionfante, la polizia dello Stato ha fabbricato sur commande l'accusa che ci si muove. Ora noi siamo pronti a trovare storicamente logico che il governo fascista ci tenga in carcere perché comunisti e ci tratti anche peggio; ma se ci si contesta di aver commesso un fatto che non abbiamo commesso così come rivendichiamo tutte le responsabilità della nostra opera, respingiamo l'accusa falsa e inverosimile fino alla più evidente assurdità.

Popular posts in the last week

The Defeat in Afghanistan — a Watershed in the Cycle of Atlantic Decline

In crises and wars there are events which leave their mark on history because of how they make a decisive impact on the power contention, or because of how, almost like a chemical precipitate, they suddenly make deep trends that have been at work for some time coalesce. This is the case of the defeat of the United States and NATO in Afghanistan, which is taking the shape of a real watershed in the cycle of Atlantic decline. For the moment, through various comments in the international press, it is possible to consider its consequences on three levels: America’s position as a power and the connection with its internal crisis; the repercussions on Atlantic relations and Europe’s dilemmas regarding its strategic autonomy; and the relationship between the Afghan crisis and power relations in Asia, especially as regards India’s role in the Indo-Pacific strategy. Repercussions in the United States Richard Haass is the president of the CFR, the Council on Foreign Relations; despite having ...

The Fourth Plenum of China's War Preparations

Internationalism No. 83, January 2026 Page 2 According to Nicolas Baverez of Le Figaro , China’s proposed Five-Year Plan for 2026-2030, accepted by the Fourth Plenum of the CCP Central Committee, marks China’s transition to a war economy . At the national level, the focus would not be on rebalancing demand, but on reducing dependencies in order to resist external pressures and international sanctions. War preparations, writes the French economist, are now fully integrated into China’s economic development strategy. In our view, it would be more accurate to speak of a rearmament economy , since no major power has yet moved towards the proportions of a full-scale war effort, i.e., military spending historically measured in tens of percentage points of GDP. Instead, the variations have so far been a few percentage points and fractions of a point. This does not mean that there is no rearmament process affecting the economy and society as a whol...

India’s Weaknesses in the Global Spotlight

Farmers’ protests around New Delhi have been going on for four months now. A controversial intervention by the Supreme Court has suspended the implementation of the new agticultural laws, but has raised questions about the dynamics between the judiciary and the executive, and has failed to unblock the negotiations between government and peasant organisations. The assault by Sikh farmers on the Red Fort during the Republic Day parade as India was displaying its military might to the outside world — the Chinese Global Times maliciously noted — paradoxically widened the protest in the huge state of Uttar Pradesh. The Modi government has been trying to revive India’s image with the 2021 Union Budget: it announced one hundred privatisations and approved the increase to 75% of the limit on direct foreign investment in insurance companies. For The Indian Express ( IEX ) this is a sign of the commitment to push ahead with reforms despite the backlash from rural India. Also for The Economi...

The Unstoppable Force: Capital’s Demand for Migrant Labour

Internationalism No. 78-79, August-September 2025 Page 16 “Before Giorgia Meloni became Italy’s prime minister, she pledged to cut immigration. Since she has been in government the number of non-EU work visas issued by Italy has increased”. This is how The Economist of April 26th summarises the schizophrenia of their politics; and this is not only true in Italy: “Net migration also surged in post-Brexit Britain”. The needs of the economic system do not coincide with the rhetoric of parliamentarism. And vice versa. Schizophrenia and imbalances in their politics Returning to Italy, the Bank of Italy has pointed out that by 2040, in just fifteen years, there will be a shortage of five million people of working age, which could lead to an estimated 11% contraction in GDP. This is why even Italy’s “sovereignist” government is preparing to widen the net of its Immigration Flow Decree. The latest update, approved on June 30th, provides for the entry of almost ...

“Polish Moment” at Risk

Internationalism No. 78-79, August-September 2025 Page 3 From the series European news In July, the strategic triangle of London-Paris-Berlin was strengthened with the Northwood Declaration, in which the United Kingdom and France signalled the possibility of coordinating the use of their nuclear weapons through the creation of a “Nuclear Steering Group”, and with the Kensington Treaty, an Anglo-German defence pact. These agreements complement the Franco-British agreements of Lancaster House and the Franco-German Treaty of Aachen. Although Poland signed the Treaty of Nancy with France in May 2025, it was excluded from the recent “E3” consultations, in which only the United Kingdom, France, and Germany participated. Nevertheless, the establishment of the new government led by Donald Tusk, the Civic Platform (PO) leader, in the October 2023 elections, after eight years of antagonism with Brussels under the Law and Justice Party (PiS)-dominated government, ha...

Speculative Race for Charging Stations

From the series The world car battle If at the beginning of the 21 st century electrification had technological limits in batteries, both in terms of cost and range, these are now partly overcome, because electric cars have a range of 240-450 km, more than enough for 95% of journeys of less than 50 km. The major obstacle remains the construction of a network of charging stations and their integration with the electricity grid. The race between China, Europe, and USA UBS Evidence Lab, a team of UBS bank experts working in 55 specialised labs to provide data on investment decisions, predicts that cost parity between electric and internal combustion cars will be achieved in 2024 [ Inside EVs , October 20th 2020]. By then, the development of car electrification will be self-sustaining without government subsidies. Bloomberg New Energy Finance (BNEF), in its report Electric Vehicle Outlook 2020 , estimates that by 2022 carmakers will have 500 different models of electric cars avai...

The National Gamble of Poland

Internationalism No. 33, November 2021 Page 3 From the series European News In a lawsuit brought by Prime Minister Mateusz Morawiecki, the Constitutional Tribunal, which is composed of judges chosen by the government, ruled that fundamental parts of the EU Treaty are incompatible with the Constitution of the Republic of Poland. This ruling thus denies the primacy of European law over national law, undermining both the political assumption of continental integration and the supranational character of the EU . Vectors of Polish history We can shed light on this event if we consider the four field vectors that cross Poland: its traditional ethnic-religious nationalism, its marked Atlantic tropism, the objective attraction exerted by the European force field, and the looming threat of Russia. The general picture is global collisions: China’s irruption and the crisis in the world order have put pressure on Warsaw to define its st...

The EU Commission Plans for Rearmament and a Clean Industrial Deal

Internationalism No. 71, January 2025 Page 2 From the series European news Following the European elections which took place on June 6th - 9th, the leaders of the Member States met on June 27th at the European Council. Ursula von der Leyen was nominated as president of the next European Commission, after she was chosen as the European People’s Party’s (EPP) Spitzenkandidat (“leading candidate”). The agreement also included the election of former Portuguese Prime Minister Antonio Costa as president of the European Council, and the appointment of former Estonian Prime Minister Kaja Kallas as High Representative of the Union for Foreign Affairs and Security Policy. Subsequently, on July 18th, Parliament elected von der Leyen as president of the Commission by an absolute majority, with 401 votes out of 719 MEPs. On September 17th, von der Leyen presented her team of commissioners to the European Parliament and, two days later, the Council adopted this list of...

Biden Plan and Global Minimum Tax

Recovery from the pandemic crisis — writes the IMF in April’s World Economic Outlook — is increasingly visible due to three factors: first, hundreds of millions of people are being vaccinated; second, companies and employees have somewhat adapted to the healthcare disaster; and finally governments especially the American have pledged massive government — extra fiscal support. Governmental fiscal interventions have reached $16,000 billion worldwide, have averted collapse of the economy that would have been three times worse, blocking the 2020 recession at a 3.3% drop, and have pushed the recovery rate to 6% in 2021. The overall recovery will be the outcome of a series of divergent recoveries . Only the United States, with a 6.4% growth rate, will exceed the GDP level predicted before the pandemic. The disparity regards healthcare first of all. High-income countries, representing 16% of global population, have already bought up half of the vaccine doses. The real estate, financial and ...

Euro-solubility

Before capsules and pods, there was freeze-dried instant coffee powder, which of course tasted nothing like a real espresso. Now: for some time we have been following the vicissitudes of sovereigntists and populists with the idea that their political future depended on their Euro-solubility . Referring to the law-and-order, xenophobic and immigrant-hostile traits that have become common currency in European debates, we wrote that a Europe that protects could use the anti-immigration rhetoric of the sovereigntists to keep them on the leash of the pro-European strategic consensus. No sooner said that done. In Italy, as in France and other European countries, that phenomenon is in full swing. In Italy, the Five Star Movement has already embarked on its path to conversion a year and a half ago, entrusted with no less than the direction of Italian diplomacy. And even the Lega, believe it or not, has become a pro-European party overnight. In France, a similar process has seized Marine Le P...