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Il nodo semplice della lotta politica


Arrigo Cervetto (dicembre 1976)
Pubblicato per la prima volta su Lotta Comunista, N° 76


Le teorie borghesi hanno sempre sostenuto una concezione non scientifica della lotta politica. In particolare, con la maturità imperialistica, questa concezione è divenuta sempre più falsa anche perché costretta a giustificare le guerre per la spartizione dei mercati e del mondo.

La lotta politica, e la guerra che è una forma di questa lotta, diventa così, nel pensiero borghese, il risultato di volontà individuali o di gruppo impossibili, sostanzialmente, da definire. Su questo soggettivismo, più o meno graduato, si basano tutte le teorie politiche della nostra epoca.

Frutto del dominio ideologico della borghesia, l'opportunismo non può che esprimere teorie politiche ispirate a quelle dominanti. Anche su questo fronte teorico deve combattere contro il marxismo, cioè contro l'unica impostazione scientifica della lotta politica. Anche su questo fronte è schierato in difesa dello Stato capitalista.

"La lotta per liberare le masse lavoratrici dall'influenza della borghesia, in generale, della borghesia imperialistica in particolare, è impossibile senza una lotta contro i pregiudizi opportunistici a proposito dello Stato", dice Lenin in "Stato e rivoluzione": Ciò significa che, senza una lotta contro i pregiudizi opportunistici sullo Stato, non è possibile una lotta politica nella teoria e nella pratica del proletariato. Il proletariato interverrà nella lotta politica ma non in modo autonomo, con il suo punto di vista e con i suoi interessi immediati e storici, bensì in modo subordinato ad altre classi o frazioni di classe.

Come si vede, il principio della lotta politica è chiaro e semplice per il marxismo poiché esso si basa sulla concezione materialistico-storica dello Stato e si esplica nell'atteggiamento di classe di fronte allo Stato.

C'è una lotta politica che è rivoluzionaria perché è proletaria e c'è una lotta politica che è riformistica perché è borghese. La prima è l'espressione del movimento storico che rivoluziona il modo di produzione e, quindi, anche lo Stato. La seconda esprime, invece, la conservazione del modo di produzione e, quindi, il tentativo di riformare la sovrastruttura statuale.

La storia delle lotte delle classi non ha mai dato lotte politiche che, in definitiva, non siano sboccate, ad un dato momento, nella distruzione o nella conservazione dello Stato.

Lungo l'accidentato cammino dei cicli del modo di produzione capitalistico vari sono i rapporti politici che si determinano nella lotta tra la borghesia e il proletariato. In certi cicli la borghesia tenta una politica imperialistica che asseconda la formazione di una aristocrazia operaia collegata alla metropoli con le briciole dei sovraprofitti. Questa politica rientra anch'essa, ovviamente, nella concorrenza tra gli Stati imperialisti ed avvantaggia quegli Stati che sono in grado e in competenza di farla.

In altri cicli, come l'attuale di ristrutturazione, la concorrenza si sviluppa con il contenimento o la riduzione dei salari reali. Questa politica imperialistica sui salari necessita, come la prima, di uno Stato adeguato e preparato a svolgerla. Si differenzia, però, nella maggiore accentuazione posta sul fattore salariale poiché se il privilegio dell'aristocrazia operaia può avere altre forme oltre al livello salariale il contenimento e la riduzione dei salari deve inevitabilmente intaccare le grandezze economiche.

Il rapporto tra il capitale e il salario diventa, perciò, in questo ciclo l'essenza della lotta politica, il perno attorno al quale ruota l'azione del potere di classe, della sovrastruttura, dello Stato.

Il processo sociale e politico in tutte le principali metropoli imperialistiche lo dimostra ampiamente in modo costante e addirittura, per molti aspetti, uniforme. è una tendenza di fondo che opera anche in Italia e che nessuna diversione della sovrastruttura, nessuna lotta politica tra le frazioni scatenatasi negli ultimi anni, è riuscita ad arrestare. Era solo questione di tempo. Ora il tempo è arrivato e la questione si pone nei termini più chiari e semplici, come sempre avviene ad una certa scadenza nella lotta di classe e nella lotta politica.

Ora sulla questione chiara e semplice dei salari si vede come si collocano le forze politiche. Non ci sono sofismi che tengano. C'è una politica imperialistica sui salari portata avanti dal capitalismo e dal suo Stato. Chi l'appoggia inevitabilmente deve venire avanti allo scoperto. Chi la contrasta, come noi, non può che avere un atteggiamento rivoluzionario verso lo Stato che tale politica amministra anche giuridicamente.

Il rapporto di forze, indubbiamente, è sproporzionato e sfavorevole al proletariato rivoluzionario. Ma non è questo l'aspetto più importante poiché, nell'attuale situazione generale, non esiste la possibilità di una crisi rivoluzionaria a breve termine. L'aspetto più importante è, invece, che sull'atteggiamento di fronte alla attuale politica imperialistica sui salari si determinano le tendenze del futuro e lo schieramento di classe nei tempi lunghi del lento lavoro di organizzazione e di educazione del proletariato.

Molti opportunisti e molti confusionari pensano che la politica sia un boccone per palati fini e buongustai. Questi cosiddetti politici confondono, da politicanti, la tecnica con la natura della politica, la quale proprio perché esprime un rapporto di forze è destinata a manifestarsi in modi semplici e lineari e in momenti cruciali Data questa sua natura, essa richiede idee-forza chiare e semplici, come la nostra sul salario, che riflettano gli interessi immediati ed elementari delle classi e che possono apparire rozze solo a chi non ha né idee né forza. Il rapporto capitale-salario, difatti, è diventato per tutte le frazioni borghesi la questione politica per eccellenza tanto chiara e tanto semplice da esprimersi come una idea-forza ossessiva rovesciata ad ogni minuto sulle spalle dei lavoratori. La confusione e la complessità sono nella tecnica della politica imperialistica sui salari, dove proposte e controproposte si susseguono a valanga, ma non sul problema di fondo (il salario) e sulla idea-forza (lavorare di più: cioè meno salario). "Rinascita" attacca "quei demagoghi di varia estrazione, che ci rappresentano come coloro che vogliono far ingoiare ai lavoratori il rospo dei sacrifici":

Noi non abbiamo mai detto né pensato che "Rinascita" voglia fare ingoiare il rospo ai lavoratori per il piacere di farlo. è il fine che si propone che noi attacchiamo.

L'articolo in questione è un esempio di una contrapposizione inesistente tra l'economicismo e la politica. La piccola borghesia intellettuale e politica ha distorto per attaccare il salario proletario, la definizione di "economicismo" e vi ha contrapposto la "politica".

"Rinascita", infatti, sostiene che la crisi è una grande occasione per "rimettere in discussione" "il tipo di Stato" e i "blocchi sociali e politici" e per riaprire "la grande partita che i movimenti nati dal '68 non riuscirono a risolvere".

Questa è la "politica" che "Rinascita" contrappone ad "una visione riduttiva, economicistica della crisi e dello scontro che ad essa è sotteso"! Per "Rinascita" siccome "i sacrifici sono inevitabili, lo si voglia o no" "il punto essenziale" è che "o li decide una volontà politica secondo un disegno consapevole di equità o di riforma, oppure li decide il mercato, cioè il meccanismo capitalistico attuale": Questa è la "politica" per "Rinascita": una "volontà", in una società capitalistica, che decide al posto del mercato!

Si capisce bene, quindi, cosa è "economicismo" per "Rinascita": è "vedere solo l'attacco ai salari, che c'è, ed è molto pesante, come è perfino ovvio", anche se, poi "Rinascita" invita alla "calma" ed assicura che "quando faremo il bilancio del 1976 risulterà che esso ha pagato relativamente meno di altri redditi"! Si capisce bene, ancora, cosa è la "politica" di "Rinascita": è un appoggio alla "politica" degli "altri redditi", alla "politica imperialistica sui salari". E, già che invita alla "crescita culturale" possiamo anche aggiungere che è una versione aggiornata della "politica economicista sui salari". Difatti, per Lenin: "Il punto di vista liberale si rivela nel considerare come "un lato debole" del movimento, proprio l'unione della lotta economica con quella politica. Il punto di vista marxista vede una debolezza nell'insufficienza di questa unione, nel numero non abbastanza elevato di partecipanti a scioperi economici": "Economicismo" e "punto di vista liberale", in questo caso, sono la stessa cosa, dato che per Lenin in "qualsiasi società capitalistica esisteranno sempre strati arretrati da poter essere svegliati solo da una estrema acutizzazione del movimento, e gli strati arretrati non possono essere portati alla lotta che attraverso le rivendicazioni economiche". Questa alta lezione politica di Lenin ispira la nostra volontà rivoluzionaria contro la politica imperialistica sui salari.

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